Paola Capriolo (Milano, 1962) è una scrittrice italiana nota per una narrativa dal tono visionario, sospesa tra allegoria, mito ed introspezione psicologica. Dopo aver studiato filosofia, esordisce nella seconda metà degli anni Ottanta con racconti che attirano fin da subito l’attenzione per l’atmosfera rarefatta e simbolica, spesso influenzata dalla cultura mitteleuropea e tedesca (Kafka, Thomas Mann, Rilke).
La sua produzione narrativa si distingue per uno stile raffinato, essenziale e fortemente simbolico. Con la Capriolo la cifra allegorica, vistosamente preponderante, tende a bruciare via via qualsiasi elemento di una realtà riconoscibile.
La sua scrittura è controllata, elegante, essenziale, talvolta vicina alla parabola filosofica.
Le opere di Paola Capriolo offrono una riflessione profonda sulla condizione umana. Attraverso ambientazioni simboliche e personaggi enigmatici, l’autrice esplora temi come la solitudine, l’identità, il tempo e il rapporto tra arte e vita. La sua narrativa, influenzata dalla filosofia e dalla letteratura mitteleuropea, invita il lettore a interrogarsi sul senso dell’esistenza e sui limiti della libertà individuale.
I suoi racconti sono permeati da elementi simbolici e metafisici: la narrazione non si limita alla mera cronaca degli eventi ma tende a costituire una sorta di simbolismo esistenziale.
Le sue opere sono caratterizzate da una scrittura che accompagna all’esattezza della descrizione un’assoluta indeterminatezza spazio-temporale, che allude a una dimensione simbolica.
Paola Capriolo occupa una posizione eccentrica ma autorevole nella narrativa italiana contemporanea: lontana dal realismo sociale e dal romanzo storico, rappresenta una linea intellettuale, metafisica e simbolica, rara nel secondo Novecento italiano.
Il critico Stefano Giovanardi ha individuato le peculiarità stilistiche della narrativa di Paola Capriolo – almeno per quanto riguarda la fase che va dai racconti d’esordio fino a La spettatrice – nel prevalente uso del narratore onnisciente e nella ricerca di proiezioni metafisiche, simbolismi insistiti e prospettive allegoriche.
Fin dalla prima raccolta di racconti, La grande Eulalia (1988), si è imposta per la densità metafisica della sua scrittura e il rigore simbolico di personaggi e situazioni. La stessa tensione formale caratterizza i successivi romanzi.
Nei romanzi di Paola Capriolo i pensieri e le azioni dei suoi personaggi convergono verso un’idea principale: l’impossibilità dell’essere umano di poter esperire la realtà. Questa incapacità viene espressa attraverso l’uso di una scrittura asfittica, necrofila, unico elemento della realtà di cui si è capaci di fare esperienza. Essa è autoreferenziale, narcisistica: una scrittura allo specchio, dove lo scrivere diventa il soggetto della scrittura.
L’interesse della Capriolo per la poesia e la filosofia nichilista di Gottfried Benn, incentrate sul tema del nulla, si riflette in diversi aspetti della sua opera: il rifiuto del realismo e dell’impegno sociale, la centralità della forma e della costruzione simbolica, l’attrazione per figure isolate, votate a un destino di chiusura, la visione tragica e anti-umanistica dell’esistenza.
Fra suggestioni metafisiche alla Buzzati, Paola Capriolo indulge ad atmosfere misteriosamente fantastiche e magico-fiabesche, a temi stereotipati come quelli del gioco degli specchi, allusivo del continuo, reciproco, rifrangersi tra realtà e finzione; del travasamento arcano di energie, caro agli scapigliati; dell’incantesimo della musica, caro al Romanticismo.
I personaggi dei romanzi della Capriolo non credono nello sviluppo e nel futuro, la loro sfera d’azione vorrebbe essere in un tempo ideale, ma ciò che effettivamente vivono è invece una intollerabile presente realtà.
È quest’eterna ambiguità che caratterizza le loro esistenze e di conseguenza il loro destino si risolve in una schizofrenica staticità.
Usando ancora una volta come punto di riferimento Nietzsche si può affermare che questa loro incapacità è determinata dalla consapevolezza dell’ “eterno ritorno dell’eguale” ovvero la negazione della linearità del tempo, della sua composizione di presente, passato e futuro secondo la visione “storica” stabilita dalla tradizione giudaico-cristiana.
La scrittura della Capriolo è spesso rivolta al passato, vagamente definito, che meglio si presta a suscitare emozioni in un mondo di morte. Per la scrittrice, il passato, il presente e il futuro sono morte, meta e destino di personaggi il cui senso di impotenza nei confronti del reale li incornicia in uno scenario funereo.
La morte quindi è realizzazione di quell’ideale estetico impossibile da raggiungere in vita. I protagonisti dei romanzi non diventano, non si evolvono, sono emotivamente anziani, prossimi alla morte.
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