La grande Eulalia (1988) è una raccolta di quattro racconti di carattere magico-fiabesco. Le prime due storie riguardano, rispettivamente, una compagnia di attori con una nuova prima-donna e un maestro scultore e il suo apprendista ribelle; le ultime due storie invece risultano legate, e sono incentrate sulla vita in una prigione isolata.

Il primo racconto, La grande Eulalia, è imperniato sul mestiere dell’attore, e segue la carriera della giovane Eulalia che entra nel teatro itinerante, diventa famosa come cantante e si innamora del riflesso di un bell’uomo che intravede nel suo specchio. Il secondo, La donna di pietra, tratta del giovane apprendista che si trova ammaliato da una donna in carne e ossa che egli cerca di riprodurre in pietra.

Gli ultimi due racconti, Il gigante (un diario) e Lettere a Luisa, sono connessi tematicamente dal duetto di piano e violino tra due suonatori che non si incontrano mai: Adele, moglie del comandante della prigione, e il prigioniero innominato.

Tutti e quattro i racconti coinvolgono protagonisti affascinati dalle loro ricerche artistiche alle quali dedicano tutte le proprie energie, soffrendo però la disillusione, la sconfitta e/o la morte. Nel racconto La grande Eulalia, con il procedere della narrazione, emerge il nucleo tematico centrale: l’arte come illusione totalizzante, capace di sostituirsi alla vita stessa.

Il racconto si chiude con un senso di inquietudine e ambiguità: Eulalia resta una figura irraggiungibile, simbolo del fascino e al tempo stesso del pericolo di un’arte che, nel suo assoluto, annulla la vita.

Il nocchiero è un romanzo pubblicato nel 1989, uno dei primi dell’autrice, e racconta una storia sospesa tra realtà e mistero.

La vicenda si svolge in un luogo e in un tempo non precisati, in una città con un grande porto fluviale e un fiume che porta fino a un’isola su cui si erge una villa antica, il cui accesso è proibito a tutti.

Il protagonista si chiama Walter, detto il Nocchiero. Ogni notte guida una chiatta lungo il fiume fino all’isola, trasportando un carico di cui non conosce il contenuto. Una volta arrivato, altri marinai lo aiutano a scaricare e gli consegnano una chiatta vuota per il viaggio di ritorno. Questa routine monotona e priva di domande emerge come simbolo di una vita vissuta in modo automatico e senza consapevolezza.

La vita tranquilla e ripetitiva di Walter cambia quando, in un bar di un albergo elegante, vede qualcosa di insolito: la visione parziale di un braccio di donna adornato da un serpente, che evoca in lui un’immagine intensa e misteriosa. Questo incontro con l’enigma—la figura femminile evanescente che non riesce a vedere completamente o a conoscere—introduce nella sua esistenza una tensione tra desiderio, bellezza e inquietudine.

La narrazione procede con un tono enigmatico e simbolico: l’isola proibita, il carico sconosciuto e la figura della donna diventano metafore dell’ignoto, della ricerca di senso e di un desiderio che trascende la vita ordinaria.
Il romanzo si distingue per la sua atmosfera sospesa tra realtà e sogno, in cui la trama esteriore riflette la trasformazione interiore del protagonista.

Il romanzo, finalista al Premio Strega 1991, è narrato in prima persona da una donna — giovane e senza nome — che racconta eventi straordinari e metafisici vissuti in un momento imprecisato della sua vita.

La protagonista si trova in una località balneare fuori stagione, in un paesaggio quasi deserto, e ogni giorno fa la sua passeggiata mattutina verso il mare.

Un mattino, mentre cammina sulla spiaggia, assiste a un fenomeno inspiegabile: tutte le onde si fermano e, in un silenzio straniante, emerge dal mare una gigantesca onda che si muove verso la riva.

Spaventata, fugge via dall’acqua e si rifugia in un albergo nell’entroterra, un luogo isolato e singolare dove diventa l’unica ospite.

Qui incontra stranezze, sensazioni di straniamento e un tempo sospeso, ed è gradualmente attratta e catturata dalla dimensione quasi onirica e immobile dell’albergo.

Quando arrivano altri tre ospiti e la invitano ad uscire, la donna sembra non riuscire più a lasciare quel luogo, come se fosse intrappolata tra mondi o realtà differenti.

Il romanzo presenta elementi fantastici e simbolici: l’onda enorme diventa motivo di rottura tra due fasi della vita della narratrice, e l’albergo funge da spazio sospeso tra interno ed esterno, passato e presente.

La narrazione gioca su un tempo rallentato, su stati d’animo di straniamento e sulla percezione fluida della realtà, lasciando spazio a diverse interpretazioni metaforiche e filosofiche.

 

Questo romanzo del 1992 è una sorta di riscrittura/liberamente ispirata all’opera Tosca di Puccini, ma vista da una prospettiva completamente diversa rispetto all’originale.

Protagonista e narratore è il barone Scarpia, tradizionalmente il “cattivo” della storia. In questa versione letteraria è una figura complessa: è burocrate della tortura, teologo speculativo e carnefice-vittima allo stesso tempo.

La vicenda si snoda come una discesa negli inferi interiore e metafisica: Scarpia racconta in prima persona il suo rapporto con Tosca e il mondo che li circonda, con toni ora tragici, ora ironici.

Oltre alla semplice trama narrativa, il libro esplora temi profondi come eros e thanatos, amore e annientamento, sacro e profano. L’eros — descritto come una particolare forma di desiderio — rivela per Scarpia un “fascino dell’annientamento”, un abisso interiore che rispecchia attrazione e distruzione.

In pratica, la storia è più che altro un viaggio psicologico e filosofico nella mente e nell’anima di Scarpia: non solo l’incontro con Tosca, ma la sua progressiva trasformazione interiore, in cui amore, potere, tortura e libertà si intrecciano fino a confondersi.

Vissi d’amore è una narrazione intensa e simbolica che rinnova la vicenda classica di Tosca attraverso il punto di vista del suo antagonista, indagando temi esistenziali e pulsioni profonde dell’essere umano.

La spettatrice racconta la storia di Vulpius, un giovane attore di successo in una compagnia teatrale di provincia. Durante la prima dello spettacolo nota gli occhi fissi su di lui di una misteriosa donna seduta in platea. Il suo sguardo è così intenso e immobile che Vulpius inizia a dedicare la propria interpretazione del personaggio di Sganarello nel Don Giovanni proprio a questa spettatrice che lo osserva ogni sera con concentrazione ossessiva.

La presenza silenziosa e fissata della donna diventa per lui un’ossessione: vuole incontrarla di persona e cerca di raggiungerla nel suo palco durante un intervallo, ma la donna sparisce lasciandogli un bellissimo orologio rotto. Convinto che l’ora indicata sull’orologio sia un invito a un incontro segreto, Vulpius torna nel teatro deserto di notte. Lì non trova la misteriosa spettatrice, ma scopre di essere attratto dalla solitudine e dal vuoto del teatro vuoto, dove può dominare luce e oscurità.

Da quel momento la sua vita e il suo lavoro diventano guidati da questa pressione verso la perfezione artistica. Recluta segretamente la sua collega e fidanzata Dora per partecipare a strani giochi di recitazione notturni in teatro, dove Dora si presta a costumi e scenari sempre più estenuanti. La situazione, però, logora Dora fino a portarla alla morte. Con la perdita di Dora, ultimo suo legame con l’umanità, Vulpius si ritira sempre più nel suo mondo ossessivo e solitario, abbracciando completamente la sua trasformazione interiore e artistica.

Egli non si sente “reale” che nel teatro, cercando la sicurezza nel mondo di maschere, di costumi teatrali, e nella ripetizione eterna di gesti ma con sempre meno variazione, fino al punto che l’immobilità (cioè, la morte) diventa per lui l’unico stato valido.

 

Il romanzo esplora così i temi della metafisica dello sguardo, dell’ossessione artistica e della trasformazione personale attraverso l’incontro — reale o immaginato — con un altro sguardo.

Il protagonista di questo romanzo edito da Bompiani nel 1996 è Erasmo Stiler, un uomo deciso e ordinato che acquista una villa con un giardino in semirovina e decide di trasformarlo in un luogo perfettamente armonico, facendo del giardino un’opera d’arte secondo le sue geometrie rigorose. La sua visione del mondo è dominata da ordine, misura e controllo.

Daniele Bausa, un pittore dilettante, osserva e racconta questi avvenimenti: rimane affascinato dal progetto di Stiler e dalla sua intensa personalità, instaurando con lui un rapporto di profonda intesa e amicizia. Tuttavia, l’equilibrio razionale e quasi astratto dell’ingegnere viene messo in crisi quando compare Zelda, una donna bellissima e misteriosa — una sorta di “Artemide viva” — che si oppone apertamente agli ideali estetici di Stiler e al suo controllo.

Questa presenza femminile destabilizza profondamente Stiler: ciò che sembrava un progetto di perfetta armonia si incrina, e il giardino rigoglioso e ordinato comincia a tornare alla sua forma irregolare e selvaggia, simbolo della rivincita dell’elemento caotico e naturale contro l’ordine costruito dall’uomo.

In sostanza, il romanzo esplora il contrasto tra ordine e caos, tra razionalità e impulso vitale, e come l’arrivo di una passione irrazionale possa mettere in questione persino i caratteri più forti e determinati.

Con i miei mille occhi è un romanzo breve (pubblicato da Bompiani nel 1997) che rielabora in chiave narrativa il mito classico di Eco e Narciso, raccontandolo in modo originale e suggestivo.

La storia è narrata dalla Foresta stessa, una presenza vivente e onnisciente, che osserva gli eventi secolari che vi accadono. All’inizio, la Foresta racconta dell’antico amore non corrisposto della ninfa Eco per Narciso, il giovane bello che, innamoratosi della propria immagine riflessa in una fonte d’acqua, la ignora e la lascia consumarsi in silenzio fino a diventare solo voce e alito di vento.

Secoli dopo, nella stessa Foresta arriva un giovane pittore solitario che somiglia stranamente a Narciso e, come lui, è attratto dallo specchio della fonte. Eco e la Foresta temono che la storia si ripeta, ma questa volta Eco, spinta dal desiderio di amore e redenzione, interviene nella vita dell’uomo.

Seguendo le sue tracce e i suoi impulsi, il pittore si confronta con l’immagine, con la natura e con la presenza invisibile di Eco, che guida e osserva il suo percorso. Attraverso la fantasia e l’elemento mitologico, il racconto esplora temi come l’amore, l’identità, la creazione artistica e la possibilità di riscatto per chi è stato respinto o trasformato dal desiderio.

In questa versione moderna del mito, il finale si presenta con un tono più fiabesco e positivo rispetto alla tragedia classica: Eco riesce a essere “vista” e amata davvero, e la Foresta che ha osservato tutto diventa il simbolo di uno sguardo molteplici – appunto i “mille occhi” – in cui si riflettono storia, tempo e metamorfosi.

Questo romanzo, una leggenda medievale-cavalleresca, è ambientato in un tempo e in un luogo imprecisati e racconta la storia di un ultimo discendente di una nobile famiglia che narra a un ospite le circostanze che hanno portato alla rovina della sua casa. Tutto ha inizio quando il padre lo costringe a un fidanzamento combinato con Barbara, la bella figlia di un barone.

Barbara è una donna misteriosa, algida e quasi inafferrabile, con dentro qualcosa di “cieco e selvaggio” che sfugge a qualsiasi spiegazione. Nonostante, o proprio grazie a questo mistero, finisce per sedurre e attrarre profondamente il protagonista che inizialmente era diffidente.

Il romanzo esplora il rapporto ambivalente tra attrazione e repulsione, mostrando come il protagonista si innamora in modo ossessivo di Barbara e come questa passione lo trasformi fino a portarlo a una spirale emotiva inesorabile.
Il giardino e gli spazi del palazzo di Barbara diventano simboli dell’animo dei personaggi, e la dinamica tra i due ricorda elementi mitici o simbolici (con riferimenti come l’anello con due serpenti intrecciati, simbolo di un legame ambivalente di amore/odio).

Barbara è un romanzo su una passione devastante e ambigua che domina i personaggi più di ogni altra cosa, riflettendo i temi tipici della narrativa della Capriolo: mistero, doppiezza emotiva, attrazione/repulsione e un’atmosfera sospesa tra realtà e simbolo.

Il romanzo Il sogno dell’agnello (pubblicato da Bompiani nel 1999) racconta dell’arrivo in un villaggio chiuso e molto burocratizzato di un anziano barbone che si fa chiamare Principe. La sua comparsa sconvolge lentamente l’equilibrio rigido della comunità: con il suo modo libero di essere e pensare mette in luce i mali nascosti e l’ipocrisia degli abitanti.

Il Principe stringe un’amicizia con una ragazzina di nome Sara, un legame puro e sincero che suscita invidia, sospetti e maldicenze tra la gente del villaggio. Queste crescono fino a degenerare in veri e propri atti di ostilità e violenza sociale contro i due.

Mentre una misteriosa nebbia avvolge il villaggio e gli animali iniziano a morire uno dopo l’altro, il Principe e Sara diventano sempre più isolati e perseguitati. Alla fine, i due riescono a fuggire insieme alla ricerca di un “nuovo mondo”, lasciandosi alle spalle la comunità che non ha saputo accettarli.

In questa storia la Capriolo esplora temi come intolleranza sociale, diversità, amicizia e fuga da una società chiusa e ostile, usando un tono che miscela realismo critico ed elementi simbolici per offrire una riflessione profonda sulla condizione umana.

Una di loro è un romanzo pubblicato da Bompiani nel 2001.

Il protagonista — un studioso di estetica (che rimane senza nome) — si rifugia in un albergo di montagna, l’Hotel Flora, sperando di lavorare al suo libro in tranquillità. L’ambiente appare inizialmente idilliaco: paesaggi alpini, bello scenario e una certa atmosfera vacanziera.

Tuttavia, ben presto qualcosa non va. Nelle passeggiate e nei dintorni frequentati dai villeggianti, il protagonista comincia a incontrare persone inquietanti o “strane”, un’umanità che sembra emergere dalle pieghe più tormentate e dolorose del presente.

Attraverso questi incontri e le sue riflessioni, si fa strada anche il rapporto con Iasmina, una giovane cameriera straniera venuta da chissà dove, verso la quale il protagonista prova un’attrazione quasi involontaria.

La narrazione ruota intorno a questi aspetti: l’ambiente montano, l’isolamento dell’Hotel, la scoperta di figure ambigue e inquietanti e l’attrazione per Iasmina; tutto sembra gravitare intorno al misterioso Grand Hotel d’Europe, di cui gli abitanti del villaggio ostentano di ignorare l’esistenza.

 

Temi chiave del romanzo sono:

– introspezione e riflessione estetica

– senso di alienazione e straniamento

– incontro con l’“altro” e l’ignoto

– tensione tra realtà visibile e realtà nascosta

Qualcosa nella notte è un romanzo pubblicato da Mondadori nel 2003. Si tratta di una rivisitazione personale e poetica della scrittrice del celebre Poema di Gilgamesh, l’antichissimo racconto epico della civiltà sumera risalente al III millennio a.C., che racconta le avventure di un re — Gilgamesh, sovrano di Uruk — e del suo amico Enkidu, un uomo selvatico cresciuto tra le gazzelle.
Nel romanzo la Capriolo non si limita a riprodurre fedelmente il poema classico, ma lo reinterpreta in chiave moderna e narrativa, mantenendo però intatto lo spirito delle vicende originali. La storia segue quindi le tappe fondamentali del mito di Gilgamesh.

Quando la consapevolezza della morte e della finitezza della vita umana investe Gilgamesh, egli intraprende un viaggio ai confini del mondo alla ricerca di un senso più profondo della vita e, forse, dell’immortalità.

La scrittrice dà voce alla dimensione emotiva e filosofica dell’epopea, esplorando temi come l’amicizia, il desiderio di immortalità, la paura della morte e la ricerca di significato nella vita umana, con uno stile lirico e riflessivo che si discosta dalla mera filologia e punta invece a restituire l’intensità narrativa e simbolica del mito in forma romanzata.

Il libro è una rielaborazione letteraria del mito di Gilgamesh, presentata non come semplice traduzione ma come nuova epopea narrativa che invita alla riflessione sull’esperienza umana e sulla finitezza dell’esistenza.

Una luce nerissima racconta una riscrittura moderna e intensa del mito del Golem, ambientata in una città magica divisa da un grande fiume – in cui è facile riconoscere un’allegoria della Praga esoterica – e oppressa da tensioni profonde tra due mondi.

La storia ha per fulcro una creatura di argilla, Yossel, plasmata dal rabbino, un uomo saggio e dotato di conoscenze mistiche, che prende l’argilla dal letto del fiume e inserisce nella bocca del simulacro una parola divina che gli dà vita. Sebbene Yossel non sia in grado di pensare come un uomo, la sua enorme figura è percorsa da immagini e bagliori confusi, come proiettati da una lanterna magica.

Il golem – creatura potente e inquietante – segue il rabbino nel ghetto ebraico, ma presto la sua sola presenza suscita paura. Le autorità imperiali lo catturano e lo rinchiudono in una torre. Tuttavia, con l’intervento di un misterioso uomo segnato, Yossel si trasforma in una massa inarrestabile che rompe la prigione, uccide il sovrano e travolge nella sua espansione l’intera città, il castello e il ghetto.

In un ultimo atto di consapevolezza e sofferenza, la creatura ricorda il piccolo cartiglio sotto la lingua, legge la parola divina e si spegne, lasciando dietro di sé un paesaggio devastato e un interrogativo profondo sul confine tra umano e divino, tra creazione e distruzione.

Il romanzo affronta temi profondi e moderni – la violenza e la giustizia, la fede e la potenza delle parole, l’innocenza e l’orrore – attraverso l’eco del mito e una prosa poetica e densa di immagini.

Il Pianista Muto (Bompiani, 2009) racconta di Nadine, una giovane infermiera di colore che lavora in una clinica per malattie mentali in una località di mare. Un giorno, scendendo alla spiaggia, trova un giovane uomo privo di sensi sulla sabbia; credendolo morto, chiama aiuto e il ragazzo viene portato nella clinica dove lei lavora.

Il giovane non parla né scrive, veste in modo trasandato e non ha un’identità chiara, ma disegna un pianoforte e, quando gli viene offerto uno strumento vero, sorprende tutti suonando in modo straordinario, come se fosse il suo unico linguaggio.

Nel corso della storia, il suo talento musicale ha effetti profondi su pazienti e operatori della clinica: la sua musica sembra risvegliare emozioni, memorie e traumi sepolti nei malati, agendo quasi come terapia per chi lo ascolta, compreso Rosenthal, un ex deportato nei lager nazisti la cui esperienza personale è centrale nel racconto.

Il misterioso pianista, pur contribuendo così tanto a portare alla luce stati d’animo e ricordi dolorosi, rimane un enigma: non parla e non spiega la sua storia, e alla fine, come era arrivato, scompare senza lasciare tracce.

Il romanzo mescola elementi di mistero e introspezione, esplorando il potere della musica come linguaggio oltre le parole e come mezzo di connessione con la memoria e l’interiorità.

Caino è una rilettura simbolica e attuale del mito biblico trasferito nella società contemporanea. Al centro della narrazione c’è Max, un uomo di successo e dirigente di marketing completamente immerso nel mondo borghese e consumistico. Ha una moglie altrettanto conformista e un figlio piccolo che sembra già destinato a seguire i modelli dei genitori.

Accanto a loro vive Milagro, una giovane domestica sudamericana semianalfabeta e apparentemente estranea alla realtà in cui è immersa. La sua innocenza, la sua semplicità e la mancanza di desideri materiali la rendono quasi l’astro di Abele — simbolo di purezza — mentre nella figura di Max è possibile scorgere l’ombra di Caino: incapace di comprendere completamente Milagro, ne è però profondamente attratto.

Quando la dimensione sacrale e misterica che Milagro sembra emanare irrompe nella vita ordinaria e ipocrita della famiglia borghese, si scatena una serie di eventi che mettono a nudo la falsità e l’insoddisfazione di quel mondo dominato dal possesso e dall’ansia di controllo. La narrazione esplora così il confronto tra la purezza spontanea e il disincanto moderno, interrogandosi sul senso del sacro, della colpa e del male.

Il romanzo usa la figura biblica di Caino non tanto come riferimento religioso esplicito, quanto come mito da decostruire e ripensare nella modernità: l’incontro — o meglio, lo scontro — tra un mondo consumistico e una innocenza che sfida ogni logica di dominio e di possesso, diventa il cuore della narrazione: Caino non è più solo il fratricida biblico, ma un simbolo delle tensioni tra colpa, desiderio di libertà e resistenza alle strutture oppressive della società contemporanea.

Paola Capriolo ha scritto con Caino uno dei suoi libri più avvincenti e riusciti. Con un linguaggio privo di orpelli, dai toni dimessi e pacati, capace tuttavia di svelare gli stati latenti della coscienza, il margine di mistero che sussiste nelle vite più ordinarie. Nel romanzo si confrontano due personaggi che non potrebbero essere più diversi e sembrerebbero appartenere a mondi separati, incomunicabili.

In breve, Caino è una riflessione filosofica e narrativa sul male, la colpa e il sacro in un mondo borghese attraverso la dinamica simbolica tra due figure apparentemente inconciliabili: l’uomo “moderno” e la donna che rappresenta un’altra dimensione dell’essere.

Il romanzo (Giunti, 2015) è costruito come un lungo monologo in prima persona. Una donna racconta, in modo frammentario e ossessivo, i propri ricordi, soprattutto legati a una relazione sentimentale che ha segnato profondamente la sua vita. Il racconto non segue un ordine cronologico: la memoria procede per ritorni, ripetizioni e variazioni, mettendo in dubbio ciò che è stato davvero vissuto e ciò che è invece ricostruito, deformato o immaginato.

Man mano che la voce narrante insiste nel “ricordare”, emerge un rapporto segnato da dipendenza emotiva, silenzi e ambiguità. Il lettore è portato a chiedersi quanto la protagonista stia cercando di capire il passato e quanto, invece, di trattenerlo per non affrontare il presente. La memoria diventa così una sorta di prigione, uno spazio chiuso in cui la narratrice si muove senza riuscire a trovare una verità definitiva.

È un romanzo breve ma intenso, più psicologico che narrativo, tipico dello stile della Capriolo: astratto, musicale e introspettivo.

 

Il romanzo racconta la storia di Marie, una ragazza molto giovane che viene affidata al signor Mahler, un uomo solitario e misterioso, per ricevere un’educazione rigorosa, in particolare musicale. Mahler è un insegnante severo, dominato da un’idea assoluta dell’arte e della disciplina: la musica, per lui, è una legge totale che non ammette debolezze né distrazioni.

All’inizio Marie appare docile e desiderosa di compiacere il suo tutore. Vive in una casa isolata, regolata da ritmi rigidi e silenzi, dove ogni aspetto della vita quotidiana è subordinato allo studio e all’obbedienza. Progressivamente, il rapporto tra i due si fa sempre più chiuso e asimmetrico: Mahler esercita su Marie un controllo psicologico crescente, mentre la ragazza rinuncia poco a poco alla propria spontaneità, fino a mettere in discussione la propria identità.

La musica, invece di essere uno spazio di libertà, diventa uno strumento di dominio. Marie interiorizza le regole del maestro e finisce per identificarsi completamente con le sue aspettative, in un processo di annullamento del sé.

Il romanzo, dal tono inquietante e simbolico, non offre risposte rassicuranti: attraverso una scrittura essenziale e raffinata, la Capriolo esplora temi come il potere, la sottomissione, il fascino dell’assoluto e il prezzo della perfezione, lasciando al lettore un finale aperto e profondamente ambiguo.

Il romanzo si apre con Irina Nikolaevna, una donna enigmatica e affascinante, che si presenta a Sanremo nel periodo della Belle Époque per un colloquio di lavoro come dama di compagnia. Durante il colloquio con Lady Brown, la vedova di un baronetto inglese, Irina cattura l’attenzione per un piccolo neo a forma di stella sul polso e per i suoi racconti di una vita trascorsa “nell’orbita della corte”: afferma infatti di essere figlia illegittima di un gentiluomo di camera della zarina Maria Aleksandrovna, cresciuta tra le aristocrazie europee. Lady Brown, affascinata dal suo carisma, la assume subito.

Irina si trasferisce quindi nella grande casa di Lady Brown a Sanremo, dove vivrà per più di vent’anni insieme a lei, a un devoto maggiordomo e ai due gatti, Lady Rowena e Sir Galahad. La narrazione segue le loro vite tra stagioni, feste mondane, languori estivi, calamità e incontri sorprendenti: tra questi un ex insegnante anarchico che sembra riconoscere Irina, il barone von Tronka, che desidera sposarla, e persino Alfred Nobel, ossessionato dai possibili esiti delle proprie invenzioni.

Nel dipanarsi degli anni, il romanzo si muove tra realtà e immaginazione, tra i fasti e le contraddizioni della Riviera ligure fin de siècle e la percezione personale di Irina, che sembra vivere non solo la propria esistenza ma anche quella “dei romanzi” che ha letto e amato. Attraverso questi elementi, Paola Capriolo costruisce un’elegante riflessione sulla letteratura stessa e sul potere dell’immaginazione di trasformare e dare senso alla vita.

In breve, è un romanzo che intreccia storia, amicizia, memoria e riflessioni sul romanzo come forma di vita, con al centro una protagonista affascinante e misteriosa il cui vero passato resta in parte un enigma.

Principali opere tradotte

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